La fonte del Beato Alessio

Il beato Alessio stava lavorando nel campo, quando passarono due pellegrini, chiedendo che gli indicasse la strada per una fonte, per dissetarsi. Ma non vi erano fonti nelle vicinanze. Allora Alessio, dopo aver pregato, prende il pungolo per stimolare i buoi, lo conficca in terra e sul luogo sgorga una fonte, che disseta i due viandanti.

Il “miracolo della fonte” viene riassunto così, brevemente ma esattamente, da don Agostino Pasquini nel suo ricordo del beato Alessio Monaldi. A questo beato, il cui corpo è venerato a Riccione, sono stati attribuiti molti miracoli, ma il suo culto – peraltro limitato al paese – non ha mai avuto il riconoscimento ufficiale della Chiesa: infatti un processo canonico per la sua beatificazione, avviato nel 1838, non si è concluso positivamente.

Secondo la tradizione si sarebbe trattato di un contadino molto devoto, morto a trent’anni nel 1503, il cui corpo venne rinvenuto “incorrotto” nel 1578. Di tutti i miracoli che gli sono stati attribuiti quello della “fonte” – probabilmente derivato dalla leggenda del santo spagnolo Isidoro Agricola – è il più celebre e in un certo senso il più credibile, dato che la sorgente scaturita miracolosamente viene indicata ancor oggi nella località “Fontanelle” di Riccione, accanto all’antica e importante Flaminia maior, la via consolare che nel tardo Quattrocento veniva percorsa frequentemente (nonostante il pericolo dei briganti) da molti pellegrini diretti alla Santa Casa di Loreto, il nuovo santuario mariano che godeva di privilegi papali e di molte indulgenze.

La tela raffigura il miracolo della fonte ed è la pala d’altare della cappella dedicata al beato Alessio nella chiesa “vecchia” di San Martino di Riccione. Viene qui proposta come illustrazione della seconda opera di misericordia corporale: dar da bere agli assetati, che riguarda, come la prima, un bisogno primario della vita. Si attiene con molta fedeltà al racconto tradizionale del miracolo: a sinistra sono raffigurati i due pellegrini assetati e a destra il beato che con il pungolo per i buoi fa scaturire la sorgente, mentre in alto compaiono due angioletti.

Si tratta di un dipinto di qualità mediocre, databile all’avanzato Settecento (verso il 1788, che è la data della ricostruzione della chiesa), ma molto eloquente, in cui al giovane Alessio viene impropriamente conferita un’aria eroica che la leggenda (divulgata per iscritto da don Silvio Grandi nel 1702) certo non gli attribuisce mai; essa infatti parla solo di un semplice “bifolco” di vita casta e lontana «da tutto ciò che avesse sentimento di malizia», «tutta quieta , tutta modesta, tutta divota», dedita al lavoro nei campi, alla preghiera e alle opere di carità. Comunque su questo dipinto si fonda la breve iconografia di Alessio diffusa tramite alcune incisioni ottocentesche, delle quali la migliore porta la sigla del riminese Alessandro Bornaccini (c. 1772-1828).

Del dipinto non si conosce l’autore, ma può essere attribuito all’ultima attività di Ligorio Donati, un pittore “minore” di cui non sappiamo molto: nato nel 1725, fu attivo soprattutto nelle zone rurali del riminese (a Montetauro, Montefiore, Mondaino, Saludecio, Riccione) e un poco anche a Rimini, nella cerchia del famoso medico ed erudito Jano Planco, di cui ci ha lasciato un ritratto (ora custodito nel Museo della Città). Dopo un apprendistato presso Giovan Battista Costa (il maestro di quasi tutti i pittori riminesi della seconda metà del XVIII secolo) si era recato a Roma per “perfezionarsi” presso Agostino Masucci e Tommaso Conca, membri e “principi” dell’Accademia di San Luca: evidentemente, però, senza molto profitto.

(fonte: ilponte.com)